Non di rado mi ritrovo a meditare su termini di uso quotidiano, al loro significato e a quanto si può estendere il significato stesso della parola. Oggi mi sono sentito chiedere da un amico: “Tu partecipi alla nostra festa?”. Io prontamente ho risposto: “Sì, certo, ci sono anch’io”. Poi è partito, quasi immediatamente, il mio …
Non di rado mi ritrovo a meditare su termini di uso quotidiano, al loro significato e a quanto si può estendere il significato stesso della parola.
Oggi mi sono sentito chiedere da un amico: “Tu partecipi alla nostra festa?”. Io prontamente ho risposto: “Sì, certo, ci sono anch’io”.
Poi è partito, quasi immediatamente, il mio riflettere sul termine usato; questo filosofeggiare lo considero un atto mentale tanto importante quanto il “partecipare” alla vita. Diventa passione, passione del meditare, passione del filosofeggiare, passione del vivere e, quindi, partecipo alla vita con i miei pensieri, le mie decisioni, le mie convinzioni ed i miei valori. È come un pittore che davanti ad una tela bianca, nuova, inizia con un segno e poi la riempie di forme, di colori, di essenza di se stesso: i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue convinzioni espresse sulla tela.
Mi chiedo: “Non è forse così per tutti?”, la risposta è venuta componendosi un po’ per volta. Si partecipa a una festa, ad un lavoro, ad un convegno, ad una gara sportiva, ma la partecipazione è attiva o passiva? Io credo che per lo spirito che mi appartiene dovrebbe essere spesso, se non esclusivamente, attiva.
Abbiamo bisogno di esprimere il nostro essere attraverso la socializzazione, essere presenti con se stessi e con gli altri, sia nei momenti gioiosi che in quelli dolorosi. Questa è partecipazione. Quando ci prendiamo cura degli altri, ne percepiamo i loro sentimenti, le loro gioie, le loro passioni, i loro amori ma anche le loro paure, preoccupazioni, ansie e dolori che la vita infligge, senza risparmio per alcuno.
Ma, in questa grossolana analisi sociale del partecipare, penso a coloro che non partecipano. A chi rimane chiuso in se stesso, privo di curiosità, come se la vita l’avesse già conosciuta tutta. Come un paguro chiuso, nascosto nella sua conchiglia, egli non esce a conoscere il mondo, a meravigliarsi ancora di tutte le cose che accadono; che non si sente più bambino, quel bambino, che invece, con mille paure, ma con curiosità, guarda, osserva attorno a sé quello che accade, e sgrana gli occhi guardando la luna in cielo, la sera, sempre uguale, ma sempre con un’emozione diversa e, ugualmente, quando guarda un arcobaleno di giorno, immediatamente dopo la pioggia, quando compare il sole, o, ancora, la neve che cade soffice e silenziosa.
In questo periodo di feste natalizie ho sentito dire da tante persone “Auguri!” “Auguri!”; ma auguri di che? Di cosa? Per cosa? Le risposte sono: “di pace, di armonia, di gioia e serenità”. Io, inoltre, auguro di meravigliarci ancora di quanto ci accade, non solo in questi giorni, ma tutti i giorni per tutto il tempo della nostra vita.
Cantava Modugno: “Meraviglioso! Ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso!”. Un brano meraviglioso di poesia, di amore per la vita, che non di rado, ascoltandolo, lascia scivolare sul viso lacrime di sentimento, di emozioni, di amore.
Io faccio parte di un gruppo di professionisti della salute che lavora con coscienza e professionalità per aiutare le persone a “migliorarsi” nel fisico e nella psiche, in questo senso noi partecipiamo alla vita altrui. Che si tratti di obesità o di altre patologie inerenti la sfera dell’alimentazione, e non solo, lavoriamo con lo spirito di partecipazione necessaria perché ci si rieduchi reciprocamente alla valorizzazione della vita.
E, partecipare alla vita, a mio avviso, è proprio il compito di ognuno di noi, medico o paziente, terapeuta o cliente, per dare senso a ciò che facciamo, per ridare senso alla vita di ognuno, con uno stile di vita che ripropone l’armonia del vivere la salute, che è il benessere fisico e della mente, attraverso l’impegno del fare la cosa giusta al momento giusto per il proprio essere, per ritrovare anche l’armonia del “bambino” che in noi, forse addormentato, sopito, annoiato e sconfortato.
L’impegno che mettiamo in questo lavoro richiede la partecipazione dei pazienti che, anch’essi, devono mettere perché si ottengano risultati. Il malessere è il terzo incomodo, è quello che non ci piace di noi stessi, ma per allontanarlo e sconfiggerlo abbiamo bisogno di stare dalla stessa parte, come un gioco di squadra che richiede ad ognuno un compito specifico: il programma Mediga è la difesa, noi professionisti siamo il centrocampo e i nostri clienti/pazienti sono l’attacco, gli attaccanti, quelli che fanno gol. Facciamo tutti insieme “gol!” e tutti insieme impegnandoci possiamo vincere tante gare e fare tante volte “gol!” “gol!”.
In questo 2026, che sta entrando, facciamo “gol!”, insieme. Buon anno!
(da Sandro Bocci, uno degli psicologi del team di Mediga)







